di Renato De Michele
Panni è una terra popolata di leggende
e
tradizioni sparse tra fiori dimenticati
e
ceneri di ricordi poggiati sugli occhi
annebbiati
del tempo. Alcune sono state tramandate,
altre si sono perse fra le valli che
le inventarono.
E' una terra dove si pensa non succeda
mai
niente, dove tutto appare immobile.
Eppure
lì, in quelle terre tutte intorno -
al Bosco,
a Iazzano, al Cervaro, ai Valli, al
Crispiniano,
lungo il Lavello - gli spiriti delle
antiche
popolazioni vi sostano ancora, e narrano
al vento i ricordi delle ricchezze
di un
tempo.
Se ascoltate ancora oggi le piante,
o il
fruscio di Iazzano, se li sapete ascoltare,
sentirete quei suoni venir fuori dai
cardi
azzurri, dai rovi, dalle piantine di
timo
o da quelle profumate dell'origano,
piccole
e forti; chiari fino ad essere vivi
ed assordanti.
Sentirete a Iazzano le odi omeriche
al dio
Pan, cantate, ballate e suonate da
coribanti
dauni colorati di bianco, di nero e
di rosso,
perdersi nei secoli fra le grida di
guerra
dei fieri Sanniti; e le imprecazioni
di Annibale
che qui dovette arrendersi sconfitto
da una
guerriglia indomabile; e le strazianti
urla
di morte sannite lanciate contro i
reduci
di Scipione, il distruttore di Cartagine,
o i pianti degli sgozzati pannesi all'immonda
strage perpetrata dai sillani. Se vi
spostate
un po' più a monte, verso il Bosco
udrete
invece i canti dei primi cristiani
opporsi
agli insulti e alle lapidazioni romane.
Ma
se, da allora in poi, la pace cristiana
vi
regnò e vi ospitò Longobardi, Bizantini
e
Normanni, non crediate che pace sia
stata
sempre. Quando non fu la peste, o i
terremoti,
furono i Turchi di Solimano - quelli
per
cui fu costruito il Castello - a depredare
e spogliare questa terra sempre ricca
di
frutti, di selvaggina e di ogni ben
di Dio:
quasi un'isola in un Sannio di terre
avare.
I castigliani lo capirono e scacciarono
via
di qui i loro fratelli aragonesi.
Ma l'indomito spirito di ribellione
dei pannesi,
ora con i briganti, ora con le rivolte,
era
sempre dietro la cresta di una collina.
I garibaldini e i piemontesi, quelli
che
scacciarono i Borboni, furono gli unici
a
non capire niente di questa terra.
Quando
bruciarono stupidamente i suoi boschi
per
scovare i pochi ultimi briganti - ormai
di
per sé già sconfitti e imbrutiti -
ne bruciarono
anche ricchezze e speranze, nell'illusione
di un impossibile futuro d'agricoltura.
Le
inevitabili lotte per la terra e quella
grande
voglia di socialismo, solo addormentata
dal
fascismo, furono solo gli ultimi dei
segnali
inconfondibili della voglia del pannese
di
non arrendersi mai, della sua voglia
di non
accettare passivamente la sorte. Silenziosi,
ma senza esitazione, i pannesi andarono
incontro
persino alle maledette guerre mondiali.
E
se l'emigrazione ha mortificato per
un bel
pezzo lo spirito ribelle pannese, bene,
non
basterà questo ai pannesi d'oggi per
dimenticare
il loro intenso passato.
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